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Rassegna Stampa Estera
09/11/2018

Rapporto SVIMEZ 2018

Presentato a Roma,  l'annuale Studio realizzato dall'Ente per lo sviluppo del Mezzogiorno. Nel 2018 si prevede una minore crescita del PIL italiano: +1,2% invece di +1,5%.  Il saggio di crescita del PIL dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno. Il Sud soffre di una cittadinanza limitata.




SINTESI RAPPORTO SVIMEZ 2018
L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO

Il Rapporto SVIMEZ, a 44 anni dalla sua prima edizione cambia il titolo introducendo un
esplicito riferimento alla “società”. Dopo una prima parte del Rapporto sulla lettura
delle principali variabili macroeconomiche in un fase caratterizzata da una profonda
incertezza, la seconda parte è dedicata al tema delle disuguaglianze e dei diritti di
cittadinanza; e la terza a un approfondimento delle politiche per il Sud.

PREVISIONI 2018: PIL +0,8% NEL MEZZOGIORNO

Le previsioni 2018 della SVIMEZ mettono in evidenza come, nel più generale
rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno.
Rispetto ad agosto, nel 2018 si prevede, infatti, una minore crescita del PIL italiano:
+1,2% invece di +1,5%. Il saggio di crescita del PIL dovrebbe attestarsi all’1,3% nel
Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno. Nel corso dell’anno gli investimenti, che
sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in
maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la
riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord
dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale. Mentre, dopo il
calo del 2017, anche i dati della spesa europea confermano che nell’anno in corso non c’è
stata alcuna accelerazione delle spese in conto capitale, scontando le difficoltà delle
Amministrazioni, soprattutto locali, nell’erogare i maggiori stanziamenti previsti nelle
ultime leggi di bilancio. L’export meridionale a fine 2018 si prevede segni +1,6% rispetto
al +3% del Centro Nord. Infine le unità di lavoro salgono dell’1% nelle aree meridionali
e dello 0,8% nelle regioni centrali e settentrionali. 


ECONOMIA MERIDIONALE: 
LA LENTA RIPRESA, I RISCHI DI UNA FRENATA

La ripresa del 2017 grazie al recupero della manifattura.
Nel 2017 il PIL è cresciuto nel Mezzogiorno dell’1,4%, rispetto al +1,5% nel
Centro-Nord (+1,5%). L’anno precedente al Sud era aumentato del +0,8%. Prosegue
quindi la lenta ripresa, seppur in un contesto di grande incertezza e col rischio di una
frenata dell’economia meridionale. La crescita è legata al forte recupero del comparto
manifatturiero (+5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura
minore, delle costruzioni (1,7%). I positivi segnali di ripresa dell’ultimo triennio dal 2015
al 2017 testimoniano la graduale uscita dalla crisi dell’industria manifatturiera nel
Mezzogiorno, che ha realizzato un recupero più che doppio rispetto al resto del Paese. La
crisi geopolitica nell’area del Mediterraneo ha favorito i flussi turistici verso il Sud nel
2017, con un aumento del valore aggiunto del 3,4%, un numero di viaggiatori stranieri nel
Mezzogiorno cresciuto del 7,5%, un incremento della spesa turistica del 18,7%.
I consumi finali interni nel 2017 sono moderatamente cresciuti nel Mezzogiorno, +0,8%,
la ripresa è stata trainata dagli investimenti privati, che nel Sud sono aumentati del +
3,9%, l’aumento degli investimenti al Sud ha riguardato tutti i settori. L’incremento è
stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%), pur se, rispetto ai livelli pre
crisi, gli investimenti fissi lordi sono cumulativamente nel Mezzogiorno ancora inferiori
del -31,6% (ben maggiore rispetto al Centro-Nord, -20%). Dalle stime SVIMEZ, emerge
una forte disomogeneità della ripresa nelle regioni, anche se il triennio 2015-2017
conferma che la recessione è ormai alle spalle per tutte: gli andamenti sono, però,
alquanto differenziati, sia sul piano regionale che su quello settoriale, soprattutto nel
Mezzogiorno. Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali
che hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e
+1,8%. Si tratta di variazioni del PIL comunque più contenute rispetto alle regioni del
Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto
Adige, al +2,2% della Lombardia. (Per i dati delle specifiche realtà regionali, una per una,
si rimanda alle allegate schede di sintesi).



SOCIETÀ MERIDIONALE: SUD SOFFRE, LA CITTADINANZA LIMITATA

La cittadinanza limitata e i divari nei servizi
L’ampliamento delle disuguaglianze territoriali sotto il profilo sociale riflette un
forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della
popolazione. Gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici fotografano, secondo la
SVIMEZ, un ampliamento dei divari Nord-Sud, con particolare riferimento al settore dei
servizi socio-sanitari che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui
redditi delle famiglie. Come testimonia il dato sul grado di soddisfazione dei cittadini per
l’assistenza medico ospedaliero: al Sud solo 143 mila su 530 mila ricoverati lo sono (il
27%), nel Centro-Nord 566 mila su 1.270 mila (il 44,6%). La cittadinanza “limitata”
connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta
sociale del Sud e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo.
Ancora oggi a chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non
superiore per effetto delle addizionali locali, mancano, o sono carenti, diritti fondamentali
di cittadinanza: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati
standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per
l’infanzia.



OCCUPAZIONE IN RIPRESA, MA DEBOLE E PRECARIA. 
LA FRATTURA GENERAZIONALE

Al Sud nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità, +1,2%, mentre al
Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Con questo risultato il Centro-Nord ha
recuperato completamente i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud resta di circa
310 mila occupati sotto il livello del 2008. A metà 2018, il numero di occupati nel
Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del
2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Il tasso di occupazione è
ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46%
nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%). Con riferimento
alle regioni, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2018, il tasso di occupazione sale
in tutte le regioni del Sud, con modesti cali solo in Campania e Sicilia. Nel periodo 2008 –
2017, il Mezzogiorno si è caratterizzato per una contrazione più sensibile del tempo pieno
(-10,7% a fronte del -3,3% del Centro-Nord), solo parzialmente compensata da una
dinamica più accentuata del part time: l’incidenza del part time è passata, nel
Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2017, dal 12,6 al 17,9%. Al Sud è, però, molto elevata
l’incidenza del part time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80%,
contro il 55% del Centro-Nord. Nel corso del 2017 l’incremento dell’occupazione
meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila,
pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata
una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita. Se consideriamo il complesso del 
periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è
in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. In questi anni si è profondamente
ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata
dall’invecchiamento della forza lavoro occupata. Il dato più eclatante è il drammatico
dualismo generazionale: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud
è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578
mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una
crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità).


Secondo le previsioni ISTAT e SVIMEZ, si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di
forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perderà 5 milioni
di abitanti, molto più che nel resto del Paese, dove la perdita sarà contenuta a un milione e
mezzo. Ciò avviene perché al Sud non solo ci sono sempre meno nati ma c’è anche un
debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà dell’area meridionale quella più
invecchiata dell’Italia e tra le più invecchiate dell’UE. Ciò che preoccupa maggiormente
è che l’età media al Sud crescerà dagli attuali 43,1 anni, ancora più bassa di quella
registrata nel Centro-Nord, ai 51,1 anni nel 2065. Alla fine dell’intervallo di previsione, il
Mezzogiorno risulterà l’area d’Italia maggiormente ridimensionata e più invecchiata.

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