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Rassegna Stampa Estera
Nuove tecnologie
15/12/2005

Telelavoro poco amato nei paesi “latini”

A differenza dei paesi anglosassoni, dove la logica del Telelavoro è in progressiva espansione, i paesi latini sembrano meno inclini a tali soluzioni. Le cifre più recenti sul Telelavoro in Europa,  prevedono circa 27 milioni di telelavoratori per il 2010, numeri ben superiori ai 9 milioni registrati all’inizio dell’anno 2000.

Differente è la distribuzione di tale fenomeno nell’ambito dell’Unione in considerazione sia della differenza nella informatizzazione dei vari paesi, sia in relazione alla propensione culturale all’utilizzo di tali forme di lavoro.

A livello continentale la Gran Bretagna e l’Irlanda rappresentano le nazioni maggiormente propense a tali soluzioni con rispettivamente il 7% ed il 2,5% della forza lavoro totale, impegnata in forme di telelavoro. I due milioni e cinquecentomila lavoratori britannici che ogni giorno “non si presentano in ufficio” in realtà non sempre lavorano unicamente da casa. In questi dati sono inclusi i “lavoratori mobili della conoscenza” che per vari motivi non hanno un ufficio fisico ed il lavoratori che  per più di 2 giorni alla settimana si presentano presso particolari uffici “delocalizzati”, attrezzati per accogliere differenti tipologie di professionisti appartenenti a differenti aziende.

L’approccio dei paesi latini è differente non solamente per una questione tecnologica ma essenzialmente per un fattore socio-culturale che impone l’attivazione di una rete di relazioni professionali e personali in cui spesso la presenza fisica è rilevante ai fini del corretto svolgimento delle stesse.  A riprova di ciò, anche nei paesi nordici, raramente il telelavoro copre l’intero lasso di tempo lavorato, per dare spazio anche se in modo marginale a forme limitate di presenza presso ambienti di lavoro comune.

Rimane ancora in sospeso il vero problema relativo all’assenza di una vera normativa europea che definisca e regoli in modo comune l’evoluzione di tale fenomeno.


 


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