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15/07/2026

La geopolitica dell'Intelligenza Artificiale

Da Plus Magazine - supplemento de "La Voce dei Bancari", edizione Nazionale -  Giugno 2026 . Ogni mese una nuova azienda di I.A. stupisce il panorama internazionale. È una vera e propria rivoluzione per il dominio del mondo e del futuro. Ne abbiamo parlato con Alessandro Aresu, nel corso dell’I.A. Forum organizzato in Milano da The Innovation Group.


Geopolitica dell'Intelligenza Artificiale 

di  Pietro Gentile

Intervista ad Alessandro Aresu

Da quattro anni a questa parte, ormai tutti parlano di Intelligenza Artificiale, tutto il mondo sta investendo cifre mirabolanti per lo sviluppo di questa tecnologia. Gli Stati Uniti sono partiti da anni, seguiti dalla Cina, l’Europa pone le regole. Ogni mese una nuova azienda di I.A. stupisce il panorama internazionale. È una vera e propria rivoluzione per il dominio del mondo e del futuro. Ne abbiamo parlato con Alessandro Aresu, nel corso dell’I.A. Forum organizzato in Milano da The Innovation Group.

Dottor Aresu, tra i suoi libri c’è un recente saggio per Feltrinelli dal titolo “Geopolitica dell’Intelligenza Artificiale”, a che punto siamo con la sfida dell’Intelligenza Artificiale tra Stati Uniti e Cina?

Ho dedicato a questi temi molti saggi negli ultimi dieci anni. Il primo modo per guardare a tendenze strutturali del nostro tempo, come la competizione tra Stati Uniti e Cina, è quello di non seguire l’attualità. L’attualità non è importante, ci sono sempre dei nuovi annunci. È più utile leggere i miei libri, studiare i libri di settore e pensare ai fattori strutturali.
Analizziamo i fattori strutturali della sfida tra Stati Uniti e Cina. Il tema principale è quello dei talenti: le varie rivoluzioni tecnologiche, compresa l’Intelligenza Artificiale, sono realizzate da scienziati, ricercatori, ingegneri e manager. La Cina oggi è il principale produttore di talenti tecnologici e dell’Intelligenza Artificiale del pianeta, ma gli Stati Uniti ne sono il principale attrattore. Per me la coordinata più importante per guardare dove andrà la sfida è quanto la Cina riuscirà a mantenere al suo interno, diciamo nei prossimi cinque anni, il suo talento e quanto gli Stati Uniti continueranno a essere un luogo di attrazione nelle loro università, nei centri di ricerca e nelle imprese.
L’esito finora è abbastanza misto: è vero che, attraverso l’azione di grandi aziende tecnologiche cinesi come Alibaba o ByteDance, si riportano alcuni talenti in Cina. È vero che sono nati progetti come DeepSeek e altri, che hanno proprio l’obiettivo di utilizzare il talento cinese, ma gli Stati Uniti continuano a essere un luogo di attrazione primario, anche se dall’amministrazione Trump giungono elementi contraddittori da questo punto di vista, soprattutto col taglio delle risorse in ricerca di base.
Questo è l’esempio di un aspetto strutturale della competizione tra Stati Uniti e Cina che dobbiamo considerare. Assieme a quello dell’energia, che è di stretta attualità ma allo stesso tempo è strutturale.

Lei parla spesso nei suoi libri di Nvidia. Qual è il ruolo di Nvidia nel rapporto tra l’I.A. americana e quella cinese oggi?

Nvidia è attualmente il capo filiera dell’ecosistema industriale dell’Intelligenza Artificiale. In esso emergono aspetti più visibili: le applicazioni, i modelli. Poi, come per tutto nella tecnologia, c’è l’industria dei semiconduttori (la più importante del mondo), l’assemblaggio di elettronica, la costruzione dei data center. Questo, dal punto di vista americano, è anche un sistema di rapporti con altri luoghi: pensiamo alla Corea del Sud, per esempio, cruciale per la produzione delle memorie senza cui non esiste il sistema dell’Intelligenza Artificiale.
Nvidia deve mettere insieme tutto questo: le innovazioni del settore, per esempio su ottica e fotonica; il rapporto con il principale ecosistema industriale elettronico, che tuttora è quello taiwanese, ma che attraverso l’azione di Nvidia e il lavoro fatto dal CEO Jensen Huang, investe negli Stati Uniti.
Gli investimenti taiwanesi negli Stati Uniti stanno avvenendo veramente negli ultimi cinque anni. Sono investimenti di TSMC, ma anche di Foxconn, di Quanta: le aziende taiwanesi protagoniste dell’Intelligenza Artificiale sono decine.
Essendo la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale anche un tema di talenti, per esempio ricercatori e sviluppatori, Nvidia deve considerare che la maggior parte dei ricercatori dell’Intelligenza Artificiale al mondo sono cinesi: quindi non sono taiwanesi, perché a Taiwan ci sono solo 23 milioni di persone.
Infine, Nvidia è un’azienda, quindi vuole fare ricavi e profitti e il mercato cinese è un mercato importante, soprattutto per la vendita ad alcune grandi aziende digitali che in Cina ci sono, ma non in Europa. In Europa le grandi aziende digitali come Google, Microsoft, Alibaba, ByteDance purtroppo non ci sono.

In base all’informazioni che sicuramente lei ha già, si è visto negli ultimi 12 mesi un reflusso di ricercatori cinesi dagli Stati Uniti dopo tutto il discorso dei visti americani?

In termini quantitativi, il numero di studenti cinesi negli Stati Uniti è in diminuzione dal periodo del Covid, ma non in diminuzione netta.
Quello che si vede è che alcune istituzioni cinesi, in particolare universitarie, riportano a casa qualche nome importante di scienziato e di ricercatore: qualitativamente c’è un po’ di deflusso, ma non eccessivo ed è ormai una questione di medio termine. Negli ultimi mesi si rafforzano questi fenomeni di qualche grande accademico che si ritrasferisce ad Hong Kong, per esempio.

Abbiamo parlato dei due contendenti e a questo punto le chiedo come siamo messi noi in Europa, a partire ovviamente dall’AI ACT: la legislazione europea è lungimirante o è autolesionistica?

La mia posizione sugli aspetti di legislazione è sempre legata talenti, imprese e capitali. Sono tre i fattori trainanti e quindi le regole hanno un ruolo nel modo in cui abilitano questi fattori o li frenano. Non bisogna credere che le regole in sé siano la priorità, non lo sono, perché la priorità sono i talenti.
Secondo me non bisogna troppo parlare né in positivo né in negativo della legislazione, della regolamentazione, perché non è il fattore trainante; quindi, è un problema di priorità sbagliate. Ci sono modi diversi di vedere i temi, più diffusi tra i paesi leader.
Avendo anche una lunga esperienza istituzionale, devo dire che a volte i decisori istituzionali o politici non conoscono argomenti che sono determinanti. Per esempio, quali capacità industriali ci sono nel loro Paese o nel loro territorio? Questo è decisivo perché devi sapere, che per esempio, hai le aziende che fanno i gas industriali oppure le aziende che fanno le turbine, cioè le aziende della filiera industriale dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa mantiene ancora molta forza in alcuni nodi della supply chain. L’esempio più noto è l’azienda di macchinari olandese ASML, ma ce ne sono molti altri. Esistono capacità in Europa e quindi il primo modo di essere un protagonista politico di questa vicenda è mantenere e rafforzare le capacità industriali, e avere nuove imprese.
Ad esempio, nel venture capital o in generale nella finanza stanno arrivando più capitali in Europa negli ultimi due anni: è un aspetto positivo che bisogna riconoscere, ed era un problema evidenziato anche dai vari rapporti della Commissione Europea. Il nostro risparmio va spesso verso gli Stati Uniti, essendo il polo finanziario principale.

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