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Politica economica
14/11/2019

Rapporto Svimez 2019

Presentato a Roma,  l'annuale Studio realizzato dall'Ente per lo sviluppo del Mezzogiorno.  La riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno riguarda i consumi, soprattutto della PA. Crollati gli investimenti pubblici.
Il PIL del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017.




SINTESI RAPPORTO SVIMEZ 2019
L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO
 

I nuovi temi di un’antica questione. 
Il doppio divario Sud/Nord, Italia/Europa. 
La rottura dell’equilibrio demografico. 
La società del Mezzogiorno e i diritti di cittadinanza. 
Le trasformazioni del sistema produttivo. 
La debolezza delle politiche pubbliche. 
Il ruolo del Sud in una strategia di sviluppo sostenibile.


I filoni di indagine e le proposte SVIMEZ

I nuovi temi dell’antica questione meridionale impongono un cambio di prospettiva nell’analisi della stagnazione italiana. Nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anziché valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord. Il progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative per l’intero Paese. 
I dati rivelano: il pronunciato processo di convergenza sperimentato dall’Europa dell’Est, l’allontanamento dei paesi dell’Europa del Sud, Italia inclusa, dai livelli medi di tenore di vita europei; la crescita tendenziale del reddito pro capite nell’Europa del Nord.
Il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa, alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regini fiscali, nel costo del lavoro, e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività.

La stagnazione è aggravata da dinamiche demografiche avverse che riguardano tutto il Paese e segnatamente il Mezzogiorno. Per effetto della rottura dell’equilibrio demografico (bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione), il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso.

Per la SVIMEZ bisogna tornare a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura dell’aumento delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud. Per questo motivo vanno valorizzate le complementarietà che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese.
Le richieste di regionalismo differenziato vanno valutate nel contesto di un’attuazione organica, completa, equilibrata, del nuovo Titolo V. In quest’ottica il confronto sulla valorizzazione delle autonomie e la riduzione delle disuguaglianze va depurato dalle scorie rivendicazioniste provenienti da Nord e da Sud e riportato sui temi nazionali

della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici e su quelle necessarie per la ripresa della crescita. Le eventuali concessioni di autonomia rafforzata devono essere motivate dall’interesse nazionale, non da quello particolare delle singole regioni richiedenti. La SVIMEZ stigmatizza l’uso strumentale del concetto di residuo fiscale, misura della redistribuzione riferibile agli individui, non ai territori.

La SVIMEZ è favorevole alla costruzione di un fronte unitario intorno ad un Sì convinto ai principi del federalismo cooperativo nell’interesse del Paese per rendere sostenibili le richieste di autonomia. La vera sfida è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale per privare anche le classi dirigenti meridionali degli alibi dell’attuale centralismo avaro, utile per rivendicare più risorse e per nascondere le inefficienze. Una sfida che si basi sulla definizione dei costi standard e dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni), al fine di assicurare pari diritti di cittadinanza e un Fondo perequativo per colmare il deficit infrastrutturale.

La stagnazione dell’economia italiana, si consuma e si investe poco

La riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno riguarda i consumi, soprattutto della PA. Crollati gli investimenti pubblici
Il PIL del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017. 
Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli pre crisi. Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5%, in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della PA ha segnato -0,6% nel 2018. 
Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord). In particolare, crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord). Alla ripresa degli investimenti privati fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018, stima la SVIMEZ, la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi.

La stagnazione economica nel triennio 2018/2020 al Centro-Nord e al Sud

Le previsioni macroeconomiche della SVIMEZ stimano il Pil italiano a +0,9% nel 2018, + 0,2% nel 2019 e +0,6% nel 2020. In particolare, il Centro-Nord sarebbe al +0,9% nel 2018, al +0,3% nel 2019, al +0,7% nel 2020. Una crescita, come si può vedere, molto modesta anche nelle aree più sviluppate del Paese. Al Sud nel 2018 l’aumento sarebbe del +0,6%, calerebbe a -0,2% nel 2019 e risalirebbe leggermente a +0,2% nel 2020.
L’occupazione italiana, a sua volta, segnerebbe +0,9% quest’anno, +0,07% il prossimo e +0,30 nel 2020. Al Centro-Nord sarebbe +0,9% nel 2018, +0,13%  nel 2019, +0,35% nel 2020. Al Sud +0,7% quest’anno, scenderebbe a -0,14 il prossimo per risalire a +0,14% nel 2020.

Male l’agricoltura al Sud, bene il terziario, l’industria stenta

Il valore aggiunto dell’agricoltura è calato nel 2018 al Sud di -2,7%, nel Centro-Nord è aumentato di +3,3%. Il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%). Nel Centro Nord è cresciuto di +1,9%. Il valore aggiunto del terziario al Sud nel 2018 è aumentato di +0,5%, meno che al Centro-Nord (+0,7%).

Le diverse velocità delle Regioni

Nel 2018 Abruzzo, Puglia e Sardegna sono state le regioni che hanno registrato il più alto tasso di crescita, rispettivamente +1,7%, +1,3% e +1,2%. Nel Molise e in Basilicata il PIL è cresciuto del +1%. In Sicilia ha segnato +0,5%. Campania a crescita zero nel 2018. Calabria unica regione meridionale che ha visto una flessione del PIL di -0,3%.

L’eccessivo ricorso al part time involontario

Si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord, nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%: ciò comporta che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni. La crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000). Al Sud aumenta la precarietà che si riduce nel Centro-Nord, riprende a crescere il part-time (+1,2%), in particolare quello involontario che nel Mezzogiorno si riavvicina all’80% a fronte del 58% nel Centro-Nord.

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