Centro Studi Sociali
Pietro Desiderato

Presentazione
Pietro Desiderato
Finalità
Statuto
Comitato Scientifico
Contatti

Eventi e iniziative
Corporate Social Responsability
Integrazione e diversabilità
Mercato del lavoro
Nuove tecnologie
Politica economica
Relazioni industriali
Risorse umane
Salute e sicurezza sul lavoro
Sistema creditizio e assicurativo
Sistema fiscale
Sistema previdenziale
Sistema sanitario
Volontariato e nonprofit
Welfare
Rassegna Stampa Estera
Welfare
29/10/2026

Rapporto BES 2026

Presentato a Roma il tredicesimo Rapporto ISTAT sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia.  Lo studio offre il quadro dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese.




Rapporto BES 2026, l’Italia migliora ma restano profondi divari territoriali e sociali

Pubblicata dall’Istat la tredicesima edizione del rapporto sul Benessere equo e sostenibile: 148 indicatori raccontano la qualità della vita nel Paese, tra progressi, disuguaglianze e ritardi rispetto all’Europa.

Il benessere di un Paese non si misura soltanto attraverso la crescita economica e il prodotto interno lordo, ma anche considerando la salute, l’istruzione, il lavoro, la sicurezza, l’ambiente e la qualità dei servizi. È questa la prospettiva al centro del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (BES) 2026, pubblicato dall’Istat il 26 ottobre, che restituisce una fotografia aggiornata delle condizioni di vita degli italiani e delle trasformazioni della società. Giunta alla tredicesima edizione, la pubblicazione arriva nell’anno del centenario dell’Istituto nazionale di statistica e analizza le tendenze più recenti, con particolare attenzione al periodo 2014-2025 e alle disuguaglianze sociali e territoriali.

Il rapporto si basa su 148 indicatori, organizzati in dodici domini che permettono di osservare il benessere da diverse prospettive: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione e ricerca, qualità dei servizi. Un sistema articolato che consente di andare oltre le medie nazionali e individuare le differenze tra territori e gruppi della popolazione.

Segnali positivi, ma non per tutti
Il quadro complessivo presenta elementi di miglioramento. Dei 132 indicatori per i quali è possibile effettuare un confronto con l’anno precedente, 54 registrano progressi, 55 rimangono sostanzialmente stabili e 23 mostrano un peggioramento. Anche l’analisi di lungo periodo evidenzia una tendenza prevalentemente positiva: 70 indicatori su 133 migliorano, mentre 24 peggiorano; per i restanti 39 non emerge una direzione univoca.

Questi risultati, tuttavia, non indicano un avanzamento uniforme del benessere. Le medie nazionali possono infatti nascondere situazioni molto differenti, con fasce della popolazione che beneficiano dei progressi e altre che continuano a incontrare difficoltà. Per questo il BES dedica ampio spazio alle differenze legate al genere, all’età, al livello di istruzione e alla collocazione geografica, elementi decisivi per comprendere come le opportunità e le condizioni di vita siano distribuite nella società.

Il divario tra Nord e Mezzogiorno
Tra gli aspetti più rilevanti emerge ancora una volta la distanza tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Le regioni settentrionali e centrali, con l’eccezione del Lazio, presentano risultati superiori alla media italiana in almeno la metà degli indicatori regionali disponibili. Nel Sud, invece, prevalgono valori inferiori alla media nazionale, fatta eccezione per l’Abruzzo.

Il quadro non è comunque omogeneo. Il Friuli-Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano superano la media italiana in almeno dieci dei dodici domini considerati. All’estremo opposto, Campania, Puglia e Calabria registrano valori inferiori al riferimento nazionale in almeno dieci ambiti. Abruzzo e Sardegna mostrano invece, in diversi indicatori, risultati relativamente favorevoli nel contesto meridionale.

Le differenze territoriali risultano particolarmente evidenti nel lavoro, nel benessere economico e nelle relazioni sociali, dimensioni strettamente connesse alla disponibilità di opportunità occupazionali, alle risorse delle famiglie e all’accesso alle reti di sostegno. Altri ambiti, come la sicurezza e l’ambiente, presentano una distribuzione più articolata, che non segue necessariamente la tradizionale contrapposizione tra Nord e Sud.

Il confronto con l’Europa: istruzione e lavoro restano i nodi critici
Il confronto con la media dell’Unione europea, effettuato sulla base di 40 indicatori, evidenzia una situazione a luci e ombre: l’Italia ottiene risultati migliori in 12 casi e peggiori in 18. Tra i punti di forza si distinguono la salute e la sicurezza. La speranza di vita alla nascita supera di 2,2 anni la media europea, mentre la mortalità evitabile si attesta a 16 decessi standardizzati ogni 10 mila residenti, contro i 23,8 registrati nell’UE.

Più problematici sono invece i risultati relativi all’istruzione e al mercato del lavoro. La quota di persone con almeno il diploma è inferiore di 14,2 punti percentuali alla media europea, mentre quella dei laureati presenta uno scarto negativo di 13,7 punti. Anche le competenze digitali di base risultano meno diffuse: riguardano il 54,3% della popolazione, contro il 60,4% dell’UE.

Sul fronte occupazionale, il tasso di occupazione italiano è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media europea. Il divario è particolarmente marcato per le donne, per le quali raggiunge 13,3 punti, contro i 3,8 degli uomini. Permangono inoltre criticità legate al part-time involontario e alla partecipazione al mercato del lavoro. I giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti NEET, rappresentano il 13,3%, a fronte dell’11% europeo.

Anche l’innovazione e la ricerca mostrano ritardi strutturali. La spesa in ricerca e sviluppo equivale all’1,40% del PIL italiano, contro il 2,26% della media UE. A queste difficoltà si aggiunge una maggiore esposizione al rischio di povertà, superiore di 2,3 punti percentuali rispetto al dato europeo.

Un quadro per orientare le politiche pubbliche
Il Rapporto BES 2026 conferma dunque che il miglioramento di alcuni indicatori non elimina le disuguaglianze che attraversano il Paese. I progressi nella salute e in altri ambiti convivono con difficoltà persistenti nell’accesso all’istruzione, nell’occupazione femminile, nell’innovazione e nelle condizioni economiche di una parte della popolazione.

La funzione del rapporto è proprio quella di offrire strumenti per leggere queste differenze e valutare l’efficacia delle politiche pubbliche, integrando le misure economiche tradizionali con informazioni sulla qualità della vita. L’Istat mette inoltre a disposizione un’appendice statistica e una dashboard interattiva, che permettono di consultare gli indicatori in serie storica e, dove possibile, di approfondire i risultati per regione, sesso, età e titolo di studio.

In occasione del centenario dell’Istituto, l’edizione 2026 propone anche un’analisi di lungo periodo di dodici indicatori, uno per ciascun dominio, per ricostruire alcuni dei principali cambiamenti economici, sociali e demografici avvenuti in Italia dal secondo dopoguerra.

Il messaggio che emerge è chiaro: il benessere è un fenomeno multidimensionale e non può essere considerato acquisito sulla base di pochi risultati positivi. La sfida per il futuro consiste nel trasformare i progressi registrati in opportunità più diffuse, riducendo le distanze territoriali e sociali. Perché la crescita di un Paese sia realmente sostenibile, deve tradursi in condizioni di vita migliori e più eque per l’insieme della popolazione.


Per maggiori informazioni:

RAPPORTO BES 2026

Versione per stampa
CERCA NEL SITO
© 2004 Centro Studi Sociali Pietro Desiderato
Powered by Time&Mind