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Rassegna Stampa Estera
Eventi e iniziative
25/11/2011

Banche al Sud

Presentata a Palermo dal Centro Studi Pietro Desiderato una ricerca sulla situazione del credito nel Meridione. Politiche di erogazione dei prestiti sempre più avare verso le piccole medie imprese e costo del denaro ancora proibitivo.
 
 
 
 
Dal ’95 ad oggi nelle banche meridionali sono stati bruciati oltre 35mila posti di lavoro, di cui 10mila solo in Sicilia.
 
Questi gli effetti che le grandi fusioni bancarie hanno avuto sull’economia e sull’occupazione nel settore bancario del Meridione, da quando, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, i Gruppi creditizi del Nord hanno assunto progressivamente il controllo delle maggiori banche meridionali.
 
È quanto emerge dall’indagine “Alla conquista del Sud. Il risiko bancario sulle spalle del Meridione”, a cura del Centro studi “Pietro Desiderato” della FABI (Federazione autonoma bancari italiani), il sindacato autonomo dei bancari.
 
La ricerca, coordinata dal Presidente del Centro Studi sociali “Pietro Desiderato”, Gianfranco Amato, è stata presentata a Palermo il 9 novembre durante il convegno organizzato dalla FABI e moderato dal giornalista Rai Angelo di Natale, che si è svolto presso la sede del Parlamento regionale siciliano, a Palazzo dei Normanni, e che ha visto la partecipazione di alcuni tra i massimi studiosi della Storia e dell’Economia meridionale: da Rita Palidda e Giuseppe Barone, rispettivamente presidente del Corso di laurea in scienze Sociologiche e preside della facoltà di Scienze Politiche dell’università di Catania, a Carlo Dominici, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, già presidente della Fondazione Banco di Sicilia.
 
In rappresentanza della FABI sono invece intervenuti il Segretario generale, Lando Maria Sileoni, il presidente del Centro studi sociali “Pietro Desiderato, Gianfranco Amato, e il Segretario coordinatore della FABI di Palermo, Carmelo Raffa.
 
 
LA RICERCA
 
Secondo l’indagine condotta dalla FABI, da quando le banche meridionali sono finite nell’orbita dei grandi Gruppi creditizi del Nord, nel Sud vi è stata una forte contrazione nel credito verso la piccola e media impresa.
 
Nelle province dove più alta è stata la quota di fusioni o acquisizioni che ha interessato le banche locali, i prestiti erogati alle piccole imprese sono risultati inferiori.
 
Il fenomeno ha toccato il suo picco massimo tra il 1995 e il 2001: mentre al Centro Nord il rapporto tra depositi e prestiti è aumentato costantemente dall’1, 28% del 1995 all’1,64% del 2001, nel Mezzogiorno è sempre rimasto stazionario attorno all’1%.
 
Tra il 2002 e il 2010 si è registrata invece una crescita più intensa dei prestiti rispetto a quella verificatasi nel Settentrione, ma ancora una volta a beneficiarne è stata la grande impresa a scapito delle pmi locali.
 
Il trend emerge chiaramente analizzando i dati del 2010: se è vero che il Sud ha visto un più consistente aumento nell’erogazione di credito rispetto al Nord (3,6% contro 3,3%), l’incremento è andato a favore delle aziende più grandi (5% contro 3,2%), mentre si è avuta una contrazione dei prestiti per le piccole imprese (1,3% contro il 3,1% di quello registrato al Nord).
 
Un quadro che potrebbe ulteriormente complicarsi nei prossimi mesi con l’entrata in vigore delle Regole di Basilea 3 e con le imminenti ricapitalizzazioni che alcuni grandi Gruppi si vedranno costretti a realizzare al fine di consolidare la propria liquidità, come richiesto dall’European Banking Authority.
 
Ma quali sono le cause che hanno portato le banche meridionali entrate nell’orbita dei grandi Gruppi del Nord a praticare questa stretta creditizia nei confronti del tessuto produttivo locale?
 
Secondo lo studio curato dalla FABI, con lo spostamento al Nord dei centri decisionali, le banche del Sud hanno perso il loro radicamento sul territorio.
 
I manager locali si sono dunque progressivamente uniformati alle politiche commerciali adottate dalle case madri, tenendo conto di parametri nell’erogazione del credito coerenti più con la realtà economica del Nord che con quella del loro territorio di riferimento.
Dopo le fusioni bancarie, infatti, il numero di banche con sede nelle regioni meridionali si è ridotto da 313 a 148.
 
I manager hanno così favorito il finanziamento alle attività meno rischiose e a breve termine, con un contenuto più solido e più facilmente comunicabile.
 
Perseguita originariamente per ridurre le sofferenze e dunque per migliorare la situazione patrimoniale degli istituti del Sud, che prima delle fusioni presentavano forti criticità (il rapporto sofferenze/ impieghi nel 1996 ha sfiorato il 25%, con punte del 33% nel Banco di Sicilia), questa strategia ha contribuito, alla fine, a tagliare fuori dall’accesso al credito gran parte della piccola media impresa locale, esponendola al rischio usura.
 
Allo stesso tempo, il differenziale dei tassi d’interesse sui prestiti tra Nord e Sud si è mantenuto costante anche dopo le acquisizioni che hanno interessato le realtà bancarie del posto.
 
Dunque il credito nel Meridione continua ancora oggi ad essere più caro rispetto a quello erogato al Nord.
 
I tassi d’interesse si sono ridotti, infatti, solo quando la fusione ha riguardato banche di piccola dimensione. Negli altri casi il differenziale è rimasto elevato e si attesta ancora oggi attorno al 2%, valore leggermente diminuito solo di recente con la flessione del costo del denaro.
 
A determinare un più alto costo del credito nel Meridione è senz’altro il maggior indice di rischio dei prestiti, dovuto alla presenza sul territorio di imprese di dimensioni fragili, la cui sopravvivenza è non di rado messa a repentaglio dalla criminalità organizzata.
 
L’appello del Segretario generale della FABI. “Per rilanciare il credito nel Mezzogiorno, è necessario intervenire su più fronti e che anche la politica faccia la sua parte”, ha dichiarato il Segretario generale della FABI, Lando Maria Sileoni, intervenendo al Convegno.
 
“Occorre riaprire, nelle forme possibili, l’azionariato delle banche a nuove realtà locali, favorendo forme privilegiate di investimento, anche di tipo cooperativistico, ma in un quadro di rilancio del tessuto economico del nostro sud”.
 
“Occorre mitigare il rischio di credito con analisi preventive di sistema, che rendano l’erogazione dei prestiti meno soggette a pressioni improprie.
In quest’ottica sarà fondamentale dare fiducia a progetti sostenibili soprattutto nei settori potenzialmente più redditizi per il Meridione: nel turismo, nelle energie riconvertibili, nella tutela del patrimonio culturale, nel sistema della logistica distributiva e delle infrastrutture”.
 
“Altrettanto auspicabile è la creazione nel sud di aree a fiscalità ridotta, per incoraggiare gli investimenti produttivi e rendere questi territori più appetibili ai capitali delle aziende”.
 
“Quanto agli imminenti aumenti di capitale, imposti alle maggiori banche italiane dall’European Banking Authority, abbiamo già presentato alle istituzioni una proposta: chiediamo che la Cassa Depositi e prestiti, il braccio operativo del Ministero del Tesoro, intervenga sottoscrivendo una quota delle ricapitalizzazioni delle principali banche italiane, per evitare che queste comportino una brusca stretta creditizia a danno soprattutto delle famiglie e delle imprese del Sud”.
 “Adesso più che mai l’unico antidoto per uscire dalla crisi è riportare il sistema finanziario a quella che è la sua missione originaria: essere a sostegno dell’economia”, ha concluso Sileoni.
 
 
 

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