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Nuove tecnologie
16/10/2006

Banche e ICT: la sfida al consolidamento in Europa

Nel corso dell’European IT Forum, il più importante evento dedicato all’Information & Communication Technology organizzato da IDC in Europa, svoltosi in Parigi il 25 e 26 settembre, abbiamo intervistato, per il Centro Studi, il Professor Jeffrey Sampler.

 

di Pietro Gentile


Alla luce dei recenti annunci di aggregazioni bancarie a livello nazionale ed europeo, abbiamo posto alcune domande al Professor Jeffrey Sampler, sul ruolo dell’ICT in tali processi e sulle sfide che India e Cina porranno nello specifico settore nei prossimi anni.
Sampler, Strategy and Technology Professor presso il Templeton College - University of Oxford, è un riconosciuto esperto internazionale di Information & Communication Technology nel settore Credito e Finanza.


Professor Sampler, parlando di importanza dell’innovazione nel settore bancario, crede che il CIO (Chief Information Officer) debba assurgere a livello di Board anche settore bancario italiano o debba essere considerato un semplice manager esecutore delle strategie disegnate dal business?

In molte organizzazioni in Europa questo è già avvenuto, dipende dal modo di pensare dell’azienda, ma anche dalle capacità e credibilità del singolo CIO.  Il punto è quello di uscire dallo stereotipo del “gestore della macchina” per passare ad un ruolo di proposizione in termini di innovazione tecnologica. Purtroppo tale ruolo in campo bancario è spesso visto come un caprio espiatorio in quanto l’utilizzo della tecnologia può mettere in evidenza i punti deboli dell’organizzazione perché rende estremamente trasparente l’operato complessivo dell’azienda. D’altro canto un uso oculato dello strumento informativo permette invece all’organizzazione di adattarsi rapidamente ai cambiamenti in atto, penso ad esempio alla grande quantità di fusioni che avverranno nei prossimi anni.

Proprio a proposito di mergers, in Italia è stata annunciata recentemente una importante fusione tra due grandi istituti bancari. In che modo l’ICT potrà aiutare il realizzarsi di tali operazioni. Ha ancora senso creare in Europa e nel mondo colossi bancari di tali dimensione?

Sono stato recentemente in Italia ed ho letto molto su questo importante annuncio.
Sicuramente l’ICT a differenza del passato potrà giocare un ruolo importante nel favorire l’omogeneizzazione in tempi rapidi dei relativi sistemi bancari. Ma questo dipende anche dal livello di compatibilità dei relativi sistemi informatici.
C’è chiaramente una volontà a livello europeo nel creare giganti bancari di dimensioni mondiali, iniziando proprio dalla singola nazione: questo è dovuto al fatto che nei merger cross-border i problemi relativi alle differenti legislazioni sono ancora presenti e possono rappresentare un problema. Penso quindi che le fusioni a livello pan-europeo siano appena iniziate, è un fenomeno di consolidamento che andrà avanti ancora per molti anni. Paradossalmente secondo mie recenti analisi, le maggiori sinergie di costi non avvengono nei merger cross-border ma proprio nelle fusioni domestiche.

Per quanto riguarda il limite alla dimensione delle banche, credo che questo sia guidato dai cambiamenti nelle evoluzioni del manangement, che è a sua volta influenzato sia dall’ICT che dai progressi in materia di scienze organizzative. Sostanzialmente più si evolve nel tempo e più questo limite dimensionale si sposta in avanti grazie alle grandi potenzialità di comunicazione ed a strumenti di comando e controllo sempre più sofisticati. Per questo motivo non vedo ancora un limite al di sopra del quale una fusione necessariamente produce effetti negativi.
Sicuramente fra dieci anni ci saranno in Europa meno banche di oggi, come dicevo, il processo di consolidamento è appena iniziato, anche perché per ora abbiamo assistito ad un numero relativamente limitato di fusioni cross-border, rispetto alle potenzialità reali.

Parlando di India non si può che pensare alle grandi “fabbriche di software” che sono state create a Bangalore o Mumbay. Pensa che relativamente al settore bancario vi sarà un trasferimento delle produzioni dall’Europa all’India?

Non credo che vi sarà un massiccio trasferimento di tali attività dall’Europa all’India. Credo sicuramente che avverrà nei prossimi anni una traslazione del business, ma farei una distinzione importante nel “tipo” di produzioni che verranno trasferite.
Sicuramente per una questione di competitività nei prossimi anni si guarderà sempre più alla riduzione dei costi e per questo motivo circa un 40% delle produzioni software di massa e di basso livello sono potenzialmente oggetto di outsourcing. Ma anche questo fenomeno è messo in discussione da una parte dall’aumento dei costi di produzione in India e dall’altra dalla criticità del software in particolare nel settore bancario dove la “fiducia” è uno degli elementi principali su cui si basano le istituzioni.
La questione dell’outsourcing non è solamente più legata al software di basso livello, ma anche dall’evoluzione nella capacità organizzative degli indiani, in particolare nel Business Process Reengineering. Pensi che dalle università indiane stanno uscendo dei veri esperti in questi settori che superano gli skills degli studenti europei. In certe università indiane, quali in Bangalore, si studia il doppio in termini di intensità di ore dedicate ai corsi, rispetto all’Europa o agli USA per ottenere lo stesso livello di PhD. E questo non perché siano “duri di comprendonio” ma semplicemente perché i corsi sono estremamente più rigorosi che da noi. Un giovane può arrivare ad avere una giornata ordinaria di 12 ore piene tra studio e lezioni. Ciò è dovuto alla estrema selettività dei corsi che garantisce però a chi ce la fa, di uscire dalla povertà e raggiungere uno “status” sociale ed economico impensabile per la generazione precedente. Ed il costo della vita a Mumbay non è tanto diverso da quello che abbiamo in Europa o in America: un flat a Mumbay costa come un appartamento a Manhattan, con la differenza che si passa direttamente nel giro di pochi chilometri dai grattacieli agli slums.

Pensa che il sistema educativo in India sia migliore di quello europeo?

No, non in senso generale, l’eccellenza si ha solo nelle scuole private che rappresentano una minoranza. La differenza sta nel fatto che anche le scuole private, con il loro altissimo standard educativo, superiore al nostro, iniziano a “produrre” un numero consistente di laureati, tali da equiparare il numero di laureati nelle migliori università europee.
Gli studenti di queste università iniziano ad essere fortemente richiesti dalle più importanti Corporations mondiali. Sono ragazzi abituati a competere dall’inizio della loro vita, ogni singolo giorno della propria vita, per tale motivo si adattano facilmente anche in un contesto lavorativo dove soprattutto a livello internazionale, la pressione per la competizione è fortissima a causa del rapidissimo evolversi delle economie. Ed i risultati si vedono perché intere generazioni di indiani, oggi, stanno superando di gran lunga il reddito e lo status sociale dei loro padri, a differenza dell’Europa in cui probabilmente l’attuale generazione potrà considerarsi fortunata nel mantenere ciò che è stato conquistato dai loro genitori.

Tornando al settore bancario un’ultima domanda legata alla Cina. Se escludiamo le potenti banche con sede in Hong Kong, il settore banking cinese sembra meno evoluto di quello europeo o americano. Pensa che nei prossimi anni la Cina possa avere nel settore del credito lo stesso sviluppo internazionale che ha avuto in ambito industriale?

Credo che per molti anni, forse decenni, noi europei non dovremo temere l’avanzata della Cina in questo settore, a differenza di ciò che è avvenuto invece con le produzioni industriali.
Ciò è dovuto a vari fattori, le evidenzio alcuni che giudico più importanti.
Innanzi tutto il settore bancario, ancora oggi, nonostante le grandi evoluzioni, è ancora molto legato al territorio, non solo in termini di conoscenza della clientela, ma di radicamento delle singole banche nei propri mercati di riferimento. Tale fenomeno ha luogo da una parte per motivi culturali e dall’altra per una ovvia questione di regolamentazioni interne. Potrei, fra qualche anno, poter eventualmente ipotizzare un trasferimento delle “fabbriche prodotti” o dell’ICT, ma ciò limitatamente a quelle lavorazioni totalmente slegate dal contatto e conoscenza del background sociale in cui si opera.

Pietro Gentile


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