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Rassegna Stampa Estera
Mercato del lavoro
30/06/2009

Lavoro: una visione più umana ci salverà dalla Crisi

Combattere la disoccupazione  sarà l’obiettivo primario dei prossimi anni.  Intervista a George Akerlof, Premio Nobel 2001 per l'Economia, rilasciata alla Voce dei Bancari nel corso della quarta edizione  del Festival dell'Economia di Trento.
 
 
 
di Pietro Gentile
 
Trento - Festival dell'Economia - giugno 2009
 
George Akerlof, premio Nobel per l’Economia 2001 e tra gli Economisti più consultati ed apprezzati dal Presidente degli Stati Uniti Barack  Obama, irrompe al Festival dell’Economia di Trento a ventiquattro ore dall’uscita nelle librerie dell’edizione italiana del suo ultimo libro “Spiriti animali – Come la natura umana può salvare l’economia”.

Abbiamo avuto il grande onore di poter intervistare nel corso della quarta edizione del Festival dell’Economia svoltasi dal 29 maggio al primo giugno 2009, il Nobel recentemente tornato agli onori della cronaca per aver studiato ed intuito in tempi non sospetti i limiti della politica ultraliberista americana degli ultimi anni.

E’ la totale deregolamentazione dei mercati finanziari statunitensi che ha permesso la nascita in America del fenomeno “SubPrime” e la conseguente diffusione in tutto il mondo dei cosiddetti “titoli tossici” che hanno portato allo sviluppo della recente crisi globale.
Il tutto in una realtà internazionale dove Internet ha trasformato in pochi anni il nostro Pianeta in un unico “Mercato” altamente interconnesso, dove tutto ciò che è immateriale può essere trasferito con una rapidità impensabile rispetto a solo quindici anni fa.

Per quasi 30 anni da quando Ronald Reagan salì alla presidenza americana la tesi neoliberista secondo cui lo Stato deve totalmente lasciare spazio all’iniziativa privata -alla cui base vi è la metafora della “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith- ha dominato lo scenario mondiale, relegando ad una nicchia i cosiddetti economisti Keynesiani.
Secondo gli economisti neoclassici, grazie ad un mercato totalmente libero, la ricerca egoistica del singolo nell’ottenere il proprio interesse gioverebbe automaticamente all'interesse generale dell'intera società. Secondo i keynesiani ciò potrebbe avvenire solo se l’essere umano potesse sempre comportarsi in modo razionale ed in un contesto in cui fosse assente l’asimmetria informativa e presente una chiara ed omogenea regolamentazione del mercato.

La recente crisi provocata da un eccesso di fiducia nel Mercato, diventato arbitro di sé stesso, ha smentito i Guru della Scuola di Chicago che ha visto nel Monetarista Milton Friedman per almeno trent’anni il suo alfiere.

Nel libro di Akerlof si comprende come proprio gli elementi irrazionali e la loro influenza sulle decisioni economiche possano spiegare molti eventi chiave dell’economia.  Si capisce così,  perché le economie cadono in recessione, perché i banchieri hanno un immenso potere sull’economia, perché negli ultimi anni gli stipendi dei Top Manager sono schizzati alle stelle, perché nel lungo periodo sussiste una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione,  perché si creano le bolle dei mercati immobiliari e perché nelle minoranze svantaggiate la povertà persiste per più generazioni.

Ma Akerlof non si ferma alla diagnosi,  a Trento indica anche le soluzioni per uscire dalla crisi.


L’intervista


Professor Akerlof,
l’attuale crisi  è nata a livello finanziario per poi trasferirsi sull’economia reale: crede che sarà la Finanza a terminare questa crisi ?

Credo che sia una questione non tanto della Finanza quanto dei Governi che dovranno operare sul mondo finanziario per condurre al termine la crisi, attraverso due leve.
La prima leva è proprio di tipo finanziario: i governi devono mettere le Banche nelle condizioni di estendere il credito alle aziende in modo di far ripartire l’economia reale e questo si può attuare attraverso politiche monetarie comuni adottate dalle Banche Centrali.
La seconda leva, più a lungo termine, è quella fiscale che permetta un riequilibrio ed una ridistribuzione del reddito.
Il tutto per impedire la crescita della disoccupazione che deve essere il vero grande problema da affrontare in questa crisi economica.


Nel suo recente studio “Efficiency Wage Models of the Labor Market” e anche nel suo recentissimo libro “Spiriti Animali” si afferma la possibilità di avere un mercato efficiente anche se i datori di lavoro pagano ad un livello maggiore del salario di equilibrio, in contrasto con le conclusioni dell'economia neoclassica. Con la cosiddetta economia del Web 2.0 -la Wikinomics- ci troviamo di fronte all’ipotesi futura in cui migliaia se non milioni di persone contribuiscono gratuitamente ad un progetto senza ricevere un immediato compenso: solo la migliore soluzione verrà retribuita. Non crede che ciò potrebbe ulteriormente turbare un mercato del lavoro già in crisi?

Penso ciò che dipenda dal tipo di attività che si svolge. Se si svolge un lavoro facilmente duplicabile e standardizzabile si pone il problema che molti possono fornire una prestazione identica ed il valore di tale prestazione si riduce. Solo chi fornisce una soluzione originale o ha un’idea rivoluzionaria può effettivamente fare la differenza. Questo sta avvenendo in particolare nelle aziende che operano nel campo delle nuove tecnologie e nei settori ad alto tasso di innovazione, dove chi ha un’idea brillante può diventare ricchissimo in pochissimo tempo, creando una disparità immensa tra sé stesso e la massa di consumatori che beneficiano della sua idea.
Ma non mi preoccuperei più di tanto di ciò, perché esiste una soluzione economica classica a questo problema: quando la distribuzione della ricchezza diviene troppo  diseguale, è la tassazione del singolo che permette un riequilibrio del sistema e sarà il Welfare State che dovrà occuparsi di ridistribuire questa ricchezza che comunque viene generata.

Per quanto riguarda invece l’arricchimento delle Corporation la classica soluzione consiste nell’acquisto di azioni della stessa da parte dei potenziali partecipanti al modello della Wikinomics. In questo modo l’eccesso di reddito prodotto dalla Corporation che si avvale del modello distribuito di creazione di valore, verrebbe ridistribuito a relativi azionisti/contributori.


Nel suo libro parla dell’esplosione della Bolla Internet del 2001, oggi abbiamo il fenomeno dei Social Networks. Facebook ad esempio si stima valga più di 16 miliardi di dollari, più di grandi banche internazionali e tutto ciò sarebbe in mano ad un ragazzo di 25 anni che fino al 2004 era un semplice studente borsista di Harward.
Crede che siamo di fronte ad una seconda Bolla Internet?

No, non credo. Durante la bolla della New Economy, moltissime persone erano convinte che avrebbero fatto un sacco di soldi con il fenomeno Internet ed in quel caso le aspettative complessive avevano chiaramente superato qualsiasi ipotesi razionale di reddito futuro. Gli economisti hanno continuato per anni a chiedersi come il modello Internet avrebbe potuto produrre reddito a lungo termine.
In questo caso non ci troviamo di fronte ad una miriade di aziende che promettono di rivoluzionare il mondo, ma ad una singola realtà, sicuramente innovativa ma altrettanto giovane.
Se anche per ipotesi il valore di Facebook da lei indicato fosse vicino alla realtà (e sarebbero comunque tantissimi dollari in mano ad un  giovane di 24 anni), saremmo di fronte ad una singola entità che comparata anche solo all’intera economia statunitense rappresenterebbe una frazione infinitesimale del sistema economico, tale -in caso di errata valutazione- da non provocare alcuna turbativa anche in considerazione del fatto che l’azienda non è ancora quotata sul mercato.


Tornando alla finanza ed alla crisi finanziaria, crede che dopo la crisi si troverà un modello che rivaluti l’economia reale rispetto a quella “virtuale” basata sulla finanza strutturata? Sarà attribuito in futuro più valore al lavoro reale rispetto al lavoro intellettuale?

E’ una delle domande che mi pongo da molto tempo, una delle domande che quasi tutti gli economisti si fanno dai tempi moderni e con cui ancora adesso mi sto confrontando, far capire alle persone comuni il ruolo, il valore ed i meccanismi di un sistema finanziario sempre più complesso.
Le spiego meglio: ormai noi capiamo perfettamente quello che succede nell’economia reale. Sappiamo perfettamente come è configurata una catena di montaggio o come funziona e quale ricchezza genera una linea di produzione, sappiamo quali sono i compiti di un Medico o di una Infermiera, ma la maggior parte del valore generato oggi dalla moderna economia capitalista proviene dal lavoro prodotto negli uffici.
E la domanda che spesso mi viene posta è “che cosa veramente fanno  le persone che lavorano in questi uffici”? 
Io so che sicuramente la classe dei lavoratori di banca gioca e giocherà un ruolo sempre  più importante in futuro nella nostra economia ma la cosa più curiosa è che a differenza dell’economia reale, ancora oggi è difficile da parte dell’uomo della strada comprendere nel modo più profondo che cosa viene effettivamente “prodotto” da questa classe di lavoratori.


Esiste un libro molto interessante intitolato SuperClass in cui si teorizza che un numero limitato di persone in tutto il mondo, una nuova Super Classe economica composta da circa 6000 persone, controlli di fatto il destino economico dell’intero pianeta.
Crede a questa ipotesi? E nel caso, come la crisi ridisegnerà questa mappa di potere?

Non credo che un numero così limitato di persone controlli il mondo.
Ogni anno vado a decine di conferenze economiche internazionali ed incontro decine se non centinaia di persone che si ritengono molto “potenti” ed influenti, molto informate ed alcuni di essi molto ricchi.  Poi mi capita di passare nello stesso albergo qualche tempo dopo e di incappare in una conferenza di produttori di “cinture per pantaloni” e sento gli stessi discorsi relativi al possesso di informazioni e di “potere”…. Battute a parte, questo è un mondo estremamente più complesso anche solo rispetto a 100 anni fa. Un elevatissimo numero di specialisti nel proprio settore, possiede conoscenze estremamente sofisticate che in un certo modo li rende potenti ed influenti rispetto ad altri.
No, il mondo in cui viviamo oggi è molto più complicato: perfino i Capi di Stato ed i Governanti spesso si sentono in difficoltà perché non hanno tutto il controllo che vorrebbero, sull’economia ed in generale sull’andamento di un pianeta così fortemente interconnesso ed interdipendente.


Superata questa crisi crede che con l’aumento dei ritmi dell’economia globale legata alla rapidità degli scambi e delle informazioni, in futuro le prossime crisi economiche saranno più rapide e violente?

Le faccio un esempio interessante: la prima vera bolla speculativa di cui la moderna economia fa ampia menzione è stata la crisi dei Tulipani in Olanda nel 1637. Proprio pochi anni prima in Germania ed in Olanda era iniziata la diffusione dei primi giornali. Esiste una relazione diretta tra l’aumento della velocità dell’informazione e l’incremento della volatilità dei mercati.

 
 
 

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